Il linguaggio svela la risposta biologica allo stress

Il ricorso a particolari parole invece di altre è correlato a livello biologico allo stato di stress, depressione o ansia. L'analisi del linguaggio usato dalle persone permetterebbe quindi di prevedere l'attivazione di geni legati alla risposta allo stress meglio di autovalutazioni sul proprio stato

Sfumature nel linguaggio usato dalle persone potrebbero rivelare uno stress fisiologico.

Gli psicologi hanno scoperto che il tracciamento di certe parole usate da volontari in audio registrati a caso rifletteva cambiamenti legati allo stress nell'espressione dei loro geni. Gli schemi di parlato prevedevano quei cambiamenti fisiologici più accuratamente rispetto alle valutazioni dei volontari sui propri livelli di stress.

La ricerca, pubblicata sui “Proceedings of the National Academy of Sciences”, suggerisce che i cambiamenti nel linguaggio potrebbero tracciare gli effetti biologici dello stress meglio della nostra stessa valutazione consapevole. È un nuovo approccio allo studio dello stress, dice David Creswell, psicologo alla Carnegie Mellon University a Pittsburgh, in Pennsylvania, un approccio che "racchiude una promessa enorme" per la comprensione di come le avversità psicologiche influenzano la salute fisica.

Lo stress riflesso dal discorso
I ricercatori hanno chiesto a 143 volontari statunitensi adulti di indossare dei registratori, che per due giorni si sono accesi ogni pochi minuti, catturando un totale di 22.627 tracce audio. Mehl ha trascritto tutte le parole pronunciate dai volontari e ha analizzato il linguaggio usato.

Mehl era particolarmente interessato a quelle che gli psicologi chiamano parole “funzionali”, come pronomi e aggettivi. “Di per sé non hanno alcun significato, ma chiariscono che cosa sta succedendo", dice. Mentre noi scegliamo consapevolmente parole “significanti” come nomi e verbi, i ricercatori credono che le parole funzionali siano "prodotte in modo più automatico e tradiscano un po' di più riguardo a quello che accade alla persona che parla". Mehl e altri hanno scoperto, per esempio, che l' uso delle parole funzionali da parte delle persone cambia quando affrontano una crisi personale o in seguito ad attentati terroristici.

I ricercatori hanno confrontato il linguaggio usato da ogni volontario con l'espressione nei loro globuli bianchi di 50 geni noti per essere influenzati dalle avversità. Gli scienziati hanno trovato che l'uso da parte dei volontari di parole funzionali permetteva di prevedere l’espressione genica significativamente meglio rispetto ai resoconti degli stessi volontari sui propri stati di stress, depressione e ansia.

In generale le persone con profili di espressione genica legati a uno stato di stress più grande tendevano a parlare meno, ma usavano di più avverbi come “realmente” o “incredibilmente”. Queste parole potrebbero agire come "intensificatori emotivi", dice Mehl, indicando uno stato di eccitazione più elevato. Quelle persone erano anche meno propense a usare i pronomi di terza persona plurali, come “essi” o “loro”. Anche questo ha senso, dice, perché quando le persone sono minacciate, potrebbero concentrarsi meno sugli altri e sul mondo esterno.

Mehl avverte che sono necessarie ulteriori ricerche per testare questi effetti specifici e per valutare se lo stress influenzi il linguaggio, o viceversa. Tuttavia, suggerisce che alla fine l'approccio potrebbe aiutare a identificare le persone a rischio di sviluppare malattie legate allo stress. I medici potrebbero aver bisogno di “ascoltare oltre il contenuto” di quello che i pazienti dicono loro”, afferma Mehl, "il modo in cui è espresso".

Cole suggerisce che valutare l'uso del linguaggio potrebbe aiutare a verificare se gli interventi mirati a ridurre lo stress funzionino davvero. Forse, dice, "si potrebbero anche abbandonare le misurazioni di autovalutazione dello stress", e invece ascoltare passivamente come parlano i soggetti di un trial.

“Il linguaggio riflette come le persone si collegano con il loro mondo, ma chi avrebbe mai pensato che l'espressione genica fosse legata al linguaggio?", dice James Pennebaker, psicologo all’Università del Texas ad Austin, che ha aperto la strada alla ricerca su linguaggio e processi sociali (e ha già lavorato con Mehl). “È un nuovo eccitante modo di pensare", aggiunge. “Sono rimasto sbalordito".

Nature 6 novembre 2017. Traduzione ed editing a cura di Le Scienze.