Quando la minaccia proviene da un impulso interno, la lotta o la fuga, così efficaci verso i pericoli esterni, falliscono. Per contrastare queste minacce interne l'uomo cerca di mantenere inaccettabili questi impulsi con meccanismi psicologici di difesa fuori dalla consapevolezza.

Buona parte di noi parla a se stessa nella mente, un fenomeno che gli psicologi chiamano linguaggio interiore. Questo dialogo con noi stessi ci aiuta, fra altre importanti funzioni, a regolare le emozioni e a essere creativi, finora però era sfuggito a ogni indagine. In anni recenti gli psicologi hanno fatto significativi passi avanti nell’analisi del linguaggio interiore, anche grazie a studi basati su neuroimmagini con cui osservare il cervello in attività. I loro risultati rivelano alcune basi neurali di queste conversazioni private e fanno luce su alcuni misteri di lunga data della mente

di Charles Fernyhough

03 ottobre 2017 Le Scienze

 

Il ricorso a particolari parole invece di altre è correlato a livello biologico allo stato di stress, depressione o ansia. L'analisi del linguaggio usato dalle persone permetterebbe quindi di prevedere l'attivazione di geni legati alla risposta allo stress meglio di autovalutazioni sul proprio stato

Sfumature nel linguaggio usato dalle persone potrebbero rivelare uno stress fisiologico.

Gli psicologi hanno scoperto che il tracciamento di certe parole usate da volontari in audio registrati a caso rifletteva cambiamenti legati allo stress nell'espressione dei loro geni. Gli schemi di parlato prevedevano quei cambiamenti fisiologici più accuratamente rispetto alle valutazioni dei volontari sui propri livelli di stress.

La ricerca, pubblicata sui “Proceedings of the National Academy of Sciences”, suggerisce che i cambiamenti nel linguaggio potrebbero tracciare gli effetti biologici dello stress meglio della nostra stessa valutazione consapevole. È un nuovo approccio allo studio dello stress, dice David Creswell, psicologo alla Carnegie Mellon University a Pittsburgh, in Pennsylvania, un approccio che "racchiude una promessa enorme" per la comprensione di come le avversità psicologiche influenzano la salute fisica.

Lo stress riflesso dal discorso
I ricercatori hanno chiesto a 143 volontari statunitensi adulti di indossare dei registratori, che per due giorni si sono accesi ogni pochi minuti, catturando un totale di 22.627 tracce audio. Mehl ha trascritto tutte le parole pronunciate dai volontari e ha analizzato il linguaggio usato.

Mehl era particolarmente interessato a quelle che gli psicologi chiamano parole “funzionali”, come pronomi e aggettivi. “Di per sé non hanno alcun significato, ma chiariscono che cosa sta succedendo", dice. Mentre noi scegliamo consapevolmente parole “significanti” come nomi e verbi, i ricercatori credono che le parole funzionali siano "prodotte in modo più automatico e tradiscano un po' di più riguardo a quello che accade alla persona che parla". Mehl e altri hanno scoperto, per esempio, che l' uso delle parole funzionali da parte delle persone cambia quando affrontano una crisi personale o in seguito ad attentati terroristici.

I ricercatori hanno confrontato il linguaggio usato da ogni volontario con l'espressione nei loro globuli bianchi di 50 geni noti per essere influenzati dalle avversità. Gli scienziati hanno trovato che l'uso da parte dei volontari di parole funzionali permetteva di prevedere l’espressione genica significativamente meglio rispetto ai resoconti degli stessi volontari sui propri stati di stress, depressione e ansia.

In generale le persone con profili di espressione genica legati a uno stato di stress più grande tendevano a parlare meno, ma usavano di più avverbi come “realmente” o “incredibilmente”. Queste parole potrebbero agire come "intensificatori emotivi", dice Mehl, indicando uno stato di eccitazione più elevato. Quelle persone erano anche meno propense a usare i pronomi di terza persona plurali, come “essi” o “loro”. Anche questo ha senso, dice, perché quando le persone sono minacciate, potrebbero concentrarsi meno sugli altri e sul mondo esterno.

Mehl avverte che sono necessarie ulteriori ricerche per testare questi effetti specifici e per valutare se lo stress influenzi il linguaggio, o viceversa. Tuttavia, suggerisce che alla fine l'approccio potrebbe aiutare a identificare le persone a rischio di sviluppare malattie legate allo stress. I medici potrebbero aver bisogno di “ascoltare oltre il contenuto” di quello che i pazienti dicono loro”, afferma Mehl, "il modo in cui è espresso".

Cole suggerisce che valutare l'uso del linguaggio potrebbe aiutare a verificare se gli interventi mirati a ridurre lo stress funzionino davvero. Forse, dice, "si potrebbero anche abbandonare le misurazioni di autovalutazione dello stress", e invece ascoltare passivamente come parlano i soggetti di un trial.

“Il linguaggio riflette come le persone si collegano con il loro mondo, ma chi avrebbe mai pensato che l'espressione genica fosse legata al linguaggio?", dice James Pennebaker, psicologo all’Università del Texas ad Austin, che ha aperto la strada alla ricerca su linguaggio e processi sociali (e ha già lavorato con Mehl). “È un nuovo eccitante modo di pensare", aggiunge. “Sono rimasto sbalordito".

Nature 6 novembre 2017. Traduzione ed editing a cura di Le Scienze.

Il modo migliore per interpretare le emozioni delle persone con cui interagiamo è affidarsi a quello che sentiamo con l'udito più che a quello che vediamo nelle espressioni facciali. Lo dimostra uno studio su 1800 volontari che ridimensiona l'importanza dei segnali delle espressioni del viso.

La mimica facciale è fondamentale per esprimere le emozioni. Se ne accorse anche Charles Darwin che affrontò il problema nella fondamentale opera L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali, pubblicato nel 1872. La tesi del libro era che l’espressione corporea delle emozioni sia in qualche modo universale, indipendente cioè dalla cultura di appartenenza.

Sembra tuttavia che interpretare le espressioni facciali non sia il modo più efficace per cogliere le emozioni del proprio interlocutore, secondo quanto emerge da uno studio pubblicato su “American Psychologist” organo dell’American Psychological Association, da Michael Kraus, e colleghi della Yale University. Per gli autori, è meglio fare affidamento su ciò che sentiamo con l'udito più che su ciò che vediamo.

"Le scienze biologiche e sociali negli anni hanno dimostrato il profondo desiderio degli individui di connettersi gli uni con gli altri e la gamma di competenze che le persone hanno per distinguere emozioni o intenzioni, ma anche in presenza di volontà e competenza, le persone spesso percepiscono in modo inaccurato le emozioni degli altri”, ha spiegato Kraus. “La nostra ricerca suggerisce che basarsi su una combinazione di segnali vocali e facciali, o solo su segnali facciali, può non essere la migliore strategia per riconoscere accuratamente le emozioni o le intenzioni degli altri”.
Nell’articolo, Kraus e colleghi descrivono cinque esperimenti in cui sono stati coinvolti 1800 cittadini statunitensi. In ciascun esperimento, ai soggetti era richiesto d’interagire con un’altra persona, o di prestare attenzione all’interazione tra altre due persone. Il compito era complicato dal fatto che in alcuni casi i volontaripotevano sentire ma non vedere, in altri casi vedevano ma non sentivano. In altri casi ancora si trattava di ascoltare la trascrizione di una conversazione tra due persone letta da una voce computerizzata, in modo da annullare completamente la tonalità emotiva della conversazione.
Dall’analisi dei dati, è emerso che i soggetti che potevano solo sentire erano in grado, in media, d’identificare le emozioni degli altri in modo più accurato, con l’importante eccezione del caso della conversazione letta dalla voce sintetizzata, per la quale i punteggi hanno sempre raggiunto il livello minimo della scala.
Le possibili spiegazioni del fenomeno ipotizzate dai ricercatori sono due. La prima è che tutti noi siamo ormai abituati a dissimulare spesso le nostre emozioni controllando le espressioni facciali. La seconda è che non sempre disporre di più informazioni si traduce in un'accuratezza più elevata, anzi. Numerose ricerche nel campo della psicologia cognitiva hanno dimostrato che essere impegnati in due compiti simultaneamente diminuisce le prestazioni in entrambi.

10 ottobre 2017  Le Scienze

Già una ventina di mesi di età i piccoli sanno distinguere tra un potere esercitato con la forza e una leadership legittima, basata sul reciproco rispetto. Lo rivela uno studio sperimentale effettuato all'Università di Trento, aggiungendo un nuovo importante tassello alle conoscenze sulla dominanza sociale.

Anche un bambino di neppure due anni ha una comprensione intuitiva di quello che distingue un leader da un bullo. È quanto emerge da uno studio pubblicato sui “Proceedings of the National Academy of Sciences” da Francesco Margoni e Luca Surian del Dipartimento di psicologia e scienze cognitive dell’Università di Trento, in collaborazione con Renée Baillargeon dell’Università dell’Illinois, negli Stati Uniti, documentando per la prima volta un aspetto importante dell’acquisizione del concetto di dominanza sociale.

“Sappiamo bene che esistono almeno due diversi modi di prevalere sugli altri, ovvero due diverse forme di potere o di dominanza sociale”, ha esordito Margoni. “La prima, più semplice, prevede l’uso della forza fisica o l’intimidazione, mentre la seconda è una forma più complessa e regola di solito i nostri scambi sociali: è la leadership, in cui il subordinato rispetta l’autorità perché la ritiene legittima; se l’autorità è basata sulla paura, ci si aspetta che il soggetto obbedisca solo quando vi è costretto fisicamente, mentre nel secondo caso ci si attende un’obbedienza spontanea”.

Finora non esistevano indicazioni sperimentali precise sull’epoca dell’infanzia in cui si sviluppa la capacità di distinguere tra queste due forme di autorità. L’ipotesi di Margoni e colleghi era che essa potesse emergere già nella prima infanzia, cioè prima di quanto comunemente accettato tra gli psicologi dell’età evolutiva. Per verificare questa ipotesi, i ricercatori hanno coinvolto alcuni bimbi di circa 21 mesi di età in una serie di test sperimentali effettuati nei laboratori del dipartimento a Rovereto, vicino a Trento, e dell’Universitàdell’Illinois. “Dato che non sono in grado di rispondere alle domande dirette, per esaminare bambini così piccoli si usa di solito il metodo della violazione dell’aspettativa, che parte dall’assunto che la mente del bambino, come quella dell’adulto, crei attivamente supposizioni su come funziona il mondo”, ha continuato Margoni. “Quando ciò che si vede non corrisponde a queste aspettative, c’è una reazione di sorpresa, che può essere rilevata grazie al fatto che il bambino sorpreso guarda la scena per un tempo più lungo rispetto al tempo dedicato all’osservazione di eventi in linea con le sue aspettative”.

Nei test in questo ambito di ricerca si mostrano ai bambini filmati adatti alla loro capacità di comprensione, di solito cartoni animati, e si misura il tempo che i piccoli passano a osservare una scena presumibilmente in grado di violare le loro aspettative di comportamento. Nel caso specifico, ai bambini sono stati mostrati cartoni animati in cui dei personaggi stilizzati rappresentavano un gruppo di soggetti alle prese con una figura dominante, un bullo oppure un leader legittimato.

“Nel primo caso, la figura dominante si fa consegnare una palla dal gruppo sotto la minaccia di un bastone, mentre nel secondo caso il gruppo consegna la palla in una situazione in cui è evidente il reciproco rispetto”, ha spiegato Surian. “In una fase successiva, il cartone animato mostra, alternativamente, il bullo e il leader che comandano al gruppo di andare a nanna ed escono successivamente dalla stanza; mentre le figure subordinate obbediscono in un primo momento”.

I risultati mostrano che i bambini si aspettano che i personaggi subordinati obbediscano al leader anche in sua assenza, quando esce dalla scena, ma non hanno questa aspettativa nel caso del bullo. Da un’ulteriore condizione sperimentale si deduce che i bambini si aspettano obbedienza al bullo solamente quando rimane presente sulla scena, e può così intimidire i subordinati.
“Gli studi in questo campo sono partiti solo pochi anni fa e finora hanno dimostrato che i bambini di questa età hanno già un concetto di dominanza: si aspettano per esempio che sia la figura di maggiori dimensioni o il gruppo più numeroso a prevalere in un contenzioso, ma i nostri risultati dimostrano per la prima volta che sanno distinguere anche la qualità della dominanza”, hanno sottolineato gli autori dello studio.

A questo punto è lecito chiedersi se il risultato possa avere qualche tipo di ricaduta sociale, considerata l’attenzione attuale al contenimento dei fenomeni di bullismo tra bambini e adolescenti.
“Bisogna avere i piedi per terra quando si fanno questo tipo di considerazioni, perché qui stiamo parlando di una comprensione intuitiva della dominanza da parte dei bambini: il ruolo che questa comprensione ha sul comportamento è tutta un’altra questione, perché sappiamo che anche soggetti che conoscono la differenza tra il bene e il male possono poi delinquere; consideriamo poi che nei bambini molto piccoli manca l’autocontrollo, quindi non ci aspettiamo una conseguenza diretta da quanto emerso dallo studio”, ha risposto Margoni.

“Il risultato – ha concluso il ricercatore – ha messo un tassello in più nella ricerca sulle basi della nostra comprensione morale: ci ha permesso di capire che i bambini hanno una certa aspettativa su ciò che dovrebbero fare i subordinati; rimangono aperte chiaramente diverse questioni, per esempio, sulle aspettative dei bambini su quello che dovrebbe fare un leader legittimo; quando avremo chiarito con ulteriori studi anche questi aspetti, potremo forse ipotizzare che nella natura umana esista qualcosa che possiamo chiamare principio di autorità e che fa parte della nostra comprensione morale fin dalla prima infanzia”.

LE SCIENZE - 04 settembre 2018